L’istante che divide il tempo

È mattina presto, vi siete appena svegliati in un letto: che sia il vostro, quello di un amico o quello di un albergo dove siete capitati per qualche giorno, poco importa.
Alzate la testa dal cuscino, vi stropicciate gli occhi, sbadigliate e, tra una stiracchiata e l’altra, vi alzate.
Lasciate il letto, raggiungete il bagno. Vi infilate sotto la doccia calda e vi rilassate, sapendo che davanti a voi c’è la solita giornata.
Lavoro, incontri, amici, sorrisi, litigi e via discorrendo, con tutti i dettagli della vita.
Insieme a voi c’è il vostro o la vostra partner, il vostro cane o gatto, magari avete degli uccellini… o forse siete soli e tutto quello che avete sono i vostri colleghi e i parenti che vi impegnate a tenere lontani.
Fate colazione, magari abbondante perché vi siete svegliati con la fame… uscite di casa, uscite dalla hall dell’albergo, salite in auto e vi dirigete al lavoro o a fare la spesa.
Entrate, salutate chi conoscete, sorridete. La giornata sembra andare come al solito… Poi accade che vi voltate e davanti a voi si presenta un volto nuovo, qualcuno che non conoscete affatto. Vi presentate e, nel momento in cui le mani si stringono, il tempo si incrina.

Ecco, questo è il punto nel quale il tempo sembra piegarsi. Non dico fermarsi o rallentare… il tempo si piega su se stesso, come in posizione fetale, stringe le spalle e le ginocchia e chiude gli occhi, conscio del fatto che sta per fare un capitombolo nel destino che non potrà fermare.
Fino a un istante prima la vita procedeva lungo una traiettoria riconoscibile. Non necessariamente felice, non necessariamente quella che avremmo scelto… era solo una strada conosciuta. Aveva una forma, con un passato alle spalle e, davanti, un futuro che riuscivamo più o meno a immaginare.

Poi incontriamo qualcuno e accade una cosa difficile da spiegare: per qualche ragione, prima ancora che quella persona abbia avuto il tempo materiale di cambiare qualcosa, sentiamo che qualcosa è già cambiato.
Non sappiamo cosa sia… non sappiamo nemmeno se ciò che sta accadendo ci farà bene. Sappiamo solo che qualcosa si è piegato su se stesso e che la linea sulla quale stavamo camminando ha improvvisamente incontrato un’altra linea e, da quel punto in poi, il percorso non può più essere lo stesso.
Ed è una sensazione bellissima, ma terrificante.

Perché, per quanto possiamo scegliere di non seguire quella nuova strada, non possiamo fingere di non averla vista e, improvvisamente, tutto cambia.
L’essere umano si è dato varie spiegazioni di questo fenomeno. Una di queste è meno mistica di quanto ci si aspetterebbe: è il cervello umano che vive per qualche secondo nel futuro.
Il cervello umano non aspetta semplicemente che il mondo accada per poi interpretarlo. Anticipa continuamente ciò che sta per succedere (la famosa ansia… avete presente?).

È uno dei principi attorno ai quali ruotano le teorie contemporanee del predictive processing. Vale a dire che la percezione non sarebbe soltanto una registrazione passiva della realtà, ma un continuo confronto tra ciò che il cervello si aspetta e ciò che effettivamente incontra.
Per questo l’imprevisto ha una forza particolare.
E così una persona inattesa, una stretta di mano, una banale conversazione, un sorriso, uno sguardo producono qualcosa di simile a un “errore” nella previsione.
E il futuro che avevamo inconsciamente calcolato non funziona più. Adesso bisogna riscriverlo e forse quella strana vertigine che abbiamo deciso di chiamare destino comincia proprio da qui… e cioè nel momento in cui il cervello scopre che la sua previsione del domani non è più sufficiente.

Sembra tutto così perfetto e chiaro, ma obiettivamente questo non spiega una cosa: perché, tra migliaia di persone che attraversano la nostra vita, soltanto pochissime producono quella sensazione? Se non una, e una soltanto?
La risposta che mi sono data è che esistono persone che dividono il tempo.
La nostra memoria non è un archivio fedele.
È impossibile conservare nell’archivio ogni giorno della nostra esistenza con la stessa intensità con cui l’abbiamo vissuto. Anni interi possono diventare indistinti, sfocati, mentre pochi secondi rimangono intatti per tutta la vita.
E allora perché proprio quel momento e quella persona?

In fisica quantistica esiste un fenomeno chiamato entanglement… ed è quando due particelle entrano in relazione, possono rimanere legate in modo tale che ciò che osserviamo nell’una è correlato a ciò che osserviamo nell’altra, anche quando si trovano a enormi distanze. È come se, dopo essersi incontrate, conservassero una connessione che la distanza non riesce semplicemente a cancellare.

Oppure… se il tempo non scorresse come crediamo?
Anche la fisica ha distrutto da tempo l’idea intuitiva di un tempo universale che scorre identico per tutti.
Con Einstein, spazio e tempo diventano parte di un’unica struttura: lo spaziotempo. La simultaneità stessa dipende dal sistema di riferimento dell’osservatore.
Da qui nasce anche una delle immagini filosofiche più affascinanti della fisica moderna: quella dell’universo-blocco.

In alcune interpretazioni della relatività, passato, presente e futuro possono essere pensati non come tre luoghi che vengono creati uno dopo l’altro, ma come parti della struttura quadridimensionale dello spaziotempo.
Questo non significa che il futuro sia già scritto e certamente non significa che la relatività dimostri l’esistenza del destino, delle anime gemelle o degli incontri predestinati, ma ci fa chiedere: quanto della nostra idea di «prima» e «dopo» appartiene all’universo e quanto appartiene, invece, al modo in cui la nostra coscienza attraversa gli eventi?

E allora forse non è veramente il tempo a piegarsi, ma siamo noi, come in un punto di biforcazione.
Immaginiamo la nostra esistenza come una linea perché possiamo percorrere soltanto una possibilità alla volta. Ogni scelta elimina migliaia di futuri.
Prendere o no quell’aereo. Rispondere o no al telefono. Restare o andare via. Dire di sì o di no.
Una persona può comparire nella nostra vita e mostrarci, senza volerlo, un’esistenza che fino a quel momento non avevamo nemmeno considerato possibile ed è qui che nasce la paura.

Non necessariamente perché vogliamo quella persona, ma perché improvvisamente vediamo un’altra versione di noi.
Una versione che vive altrove e che ama diversamente, che lascia qualcosa dentro un’altra persona. Che comincia qualcosa e che forse ha il coraggio che noi non abbiamo avuto.
Oppure che commette l’errore dal quale abbiamo trascorso una vita a proteggerci.

Quell’incontro non ci mostra necessariamente un futuro, ma ci mostra la consapevolezza che il futuro che consideravamo inevitabile non era inevitabile affatto… e questo è devastante.

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