La depressione prima della depressione (quando la letteratura arrivò prima della psichiatria)

Achille smette di mangiare, Giobbe maledice il giorno in cui è nato. Tristano perde se stesso e Catherine si lascia morire dal dolore.
Tutti loro stanno male, ma nessuno di loro dice: ehi! sono depresso.

La depressione, intesa come tale, è una categoria diagnostica moderna, ma la letteratura ci ha sempre raccontato di uomini e donne che smettono di desiderare, mangiare, dormire… partecipare alla vita… di persone che si ritirano dagli altri, che vengono consumate dal vortice del dolore, che non riescono più a immaginare il futuro e che desiderano semplicemente non esserci più, per non patire più.

La depressione, all’epoca di questi personaggi, non aveva ancora il nome con cui la conosciamo oggi, ma la letteratura ne conosceva già tutte le ombre. Spesso le raccontava attraverso la sofferenza amorosa, che nelle grandi opere non è mai soltanto dolore per un amore perduto o impossibile, ma diventa un modo per esplorare qualcosa di più profondo: la perdita, la solitudine, l’abbandono… lo smarrimento di sé.

Proviamo a farne qualche esempio, andando in ordine cronologico.

Nell’Iliade, dopo la morte di Patroclo, Achille non è solo un uomo in lutto.
Piange, non vuole mangiare, non trova riposo. Si getta a terra, si cosparge di cenere e resta letteralmente imprigionato nella sua perdita.
Poi, a un certo punto, realizza che l’unica cosa che gli resta da fare è tornare a combattere e uccidere Ettore. Sa che questo comporterebbe la sua morte, ma non gli importa più vivere ormai.
Nulla ha più valore quando ti senti solo, abbandonato nel mondo, senza scopi e piccolo come un granello di sabbia.
Omero conosce perfettamente quella condizione nella quale la perdita di qualcuno sembra portare via anche una parte della persona rimasta viva. Ce la racconta e ce la mostra senza filtri nella figura eroica di Achille. Un uomo, un eroe, un semidio che può crollare…e che crolla.

Passiamo ora alla nostra religione… Nel Libro di Giobbe il problema è soprattutto religioso e filosofico. La domanda che ci si fa è: perché un uomo giusto deve soffrire?
Dopo aver perduto figli, beni, salute e posizione, Giobbe arriva a maledire il giorno della propria nascita. Non desidera più solo che il dolore finisca, ma arriva a immaginare che sarebbe stato meglio non nascere affatto.
Quante opere antiche hanno dato voce alla disperazione in maniera altrettanto forte e chiara?

Passiamo ora al mio amato Medioevo, nel quale esiste una lunga tradizione medica e letteraria che considera l’amore stesso capace di far ammalare il corpo e la mente. Salva e uccide al tempo stesso.
Viene chiamato “amor hereos”, e cioè il mal d’amore, che può produrre insonnia, perdita dell’appetito, pallore, ossessione, deperimento, alterazione della ragione fino alla morte.

Ed è qui che incontriamo Tristano. Quando Tristano perde Isotta, perde all’istante anche se stesso.
Il dolore che prova invade corpo e mente.
Nelle diverse versioni della leggenda, l’amore conduce alla malattia, al deperimento e persino alla totale perdita della ragione. Tristano diventa un uomo errante, si allontana dalla propria identità e si trasforma quasi in un’altra persona.
In questo capolavoro è evidente che, per il Medioevo, l’amore non è sempre consolatorio, non è sempre salvezza, ma anche condanna, una passione capace di trasformarsi in vera e propria malattia. L’assenza dell’amato diventa allora qualcosa di ancora più radicale: una progressiva dissoluzione dell’io, perché perdere l’altro significa perdere una parte di se stessi.
Alla fine della storia, Tristano, credendosi ormai privato dell’amore di Isotta, si lascia morire; e Isotta, quando giunge e scopre che Tristano è morto, muore a sua volta accanto a lui. Eros e Thanatos finiscono così per coincidere… l’amore come piacere e dolore, forza che tiene in vita e, nello stesso tempo, forza capace di condurre alla morte.

Ma proviamo a passare a Isotta. La sua sofferenza, invece, assume caratteristiche differenti.
In lei pesano il conflitto tra desiderio e dovere, il matrimonio con re Marco, l’impossibilità di vivere apertamente l’amore per Tristano.
La sua non è necessariamente quella progressiva sottrazione dal mondo che riconosciamo più facilmente in Tristano. Lei è divisa… e forse proprio per questo i due amanti rappresentano due modalità diverse della sofferenza: lui tende a perdersi mentre lei è costretta a vivere nella contraddizione fino al totale annientamento, quando arriva a perdere Tristano, la parte più viscerale e forte di sé.
Isotta si sente niente.

Storia molto simile è quella di nata dalla penna di Emily Brontë con Cime tempestose. In questo capolavoro, i due protagonisti, Catherine e Heathcliff, non soffrono semplicemente per un amore impossibile, ma entrambi sembrano incapaci di concepire la propria identità separata dall’altro.
«Io sono Heathcliff» e «Di qualsiasi cosa siano fatte le nostre anime, la mia e la sua sono uguali», dichiara Catherine, trasformando l’amore in qualcosa che appartiene alla struttura stessa del suo io più profondo.
Loro due si amano e si appartengono e, quando vengono separati, entrambi manifestano una sofferenza che invade anche il corpo. Catherine si chiude in se stessa, rifiuta il cibo, si ammala e attraversa stati di alterazione e disperazione.
Heathcliff, dopo la sua morte, precipita invece in un lutto ossessivo che durerà per anni. Dorme e mangia sempre meno, si estranea progressivamente dal mondo e sembra quasi desiderare la morte come unica possibilità di ricongiungersi a Cathy.
Nella sua opera Emily Brontë non parla ovviamente di depressione né fa una diagnosi ai suoi personaggi, ma ci racconta qualcosa di ancora più profondo e doloroso, e cioè che due persone che si perdono perdono anche loro stesse.

Ma gli antichi qualcosa avevano intuito perché parlavano di melancholia e la legavano alla bile nera prodotta dal corpo umano.
Già nella tradizione aristotelica ci si chiedeva: perché tanti uomini eccezionali nella filosofia, nella politica, nella poesia e nelle arti sembrano essere melanconici?
Ed è qui che nasce una lunghissima storia culturale che finirà per associare la malinconia non soltanto alla malattia, ma anche all’intelligenza, alla sensibilità e alla creazione artistica.

Amleto non ha bisogno di pronunciare la parola depressione, ci dice solamente di aver «perduto tutta la sua allegria».
Shakespeare gli fa raccontare che ha perduto la gioia e che il mondo, un tempo meraviglioso, non gli procura più piacere.
Quindi Amleto si isola, rimugina, perde interesse nel mondo, pensa alla morte e soprattutto si interroga sul senso stesso del continuare a esistere. Perché vivere così? Che senso ha? È così che dobbiamo finire tutti o siamo solo intrappolati in qualcosa che, a volte, non riusciamo a comprendere?

Anche Ofelia soffre di un male profondo.
Ofelia perde tutto: il padre, Amleto, ogni punto di riferimento della sua esistenza. È come un cuore vagante senza appigli e, in quel vagare senza meta, Ofelia perde il controllo di sé e, nel suo delirio, si lascia morire nell’acqua.

Esistono centinaia di esempi nella letteratura che ci mostrano che, in certi sentimenti, non siamo soli. Che l’umanità è anche questo: amore e dolore.
Come Emma Bovary che scoprirà che nessuna realtà corrisponde alla vita che aveva immaginato, e questo la rende vulnerabile e sola. O come Anna Karenina che verrà, invece, man mano imprigionata dall’insonnia, dalla gelosia, dall’isolamento e dalla disperazione che la condurranno alla morte definitiva di sé.

Essere umani non vuol dire essere capaci, ogni giorno, di essere forti, perfetti, lucidi, né essere sempre in grado di evitare il dolore o, a volte, di arginarlo.
Non è realistico credere che possiamo lavorare su noi stessi a tal punto da impedirci di soffrire, da impedirci di essere trascinati dall’onda del dolore.
Non possiamo controllare tutto. Non è giusto controllare tutto.

La letteratura ci racconta da secoli che stare male può accadere, che soffrire fa parte dell’esperienza umana e che, quando accade, quel dolore non va ignorato. Il dolore, gli stati depressivi, vanno guardati dritti in faccia e riconosciuti. Si dialoga con loro fino a renderli inermi, pronti ad andare via.
Siamo noi a dover stancare loro, e non viceversa.

Ora, è vero che nella letteratura molti di questi personaggi si sono fatti sopraffare dal dolore a tal punto da morirne, ma ehi! È spettacolo!
La realtà è ben altra cosa.

Prima che la medicina trovasse le parole per descriverla, la letteratura aveva già imparato a raccontare l’oscurità… e quell’oscurità noi non dobbiamo ignorarla.
Quando arriva, apriamo gli occhi, riconosciamola, chiediamo aiuto se ne abbiamo bisogno e poi… accendiamo la luce. Possiamo stare male senza doverci vergognare di stare male, e possiamo imparare a riconoscere quel dolore prima che diventi troppo grande per affrontarlo da soli.

Se stai vivendo un periodo di oscurità o di depressione, se senti di aver bisogno di urlare il tuo dolore, scrivimi pure.

Se senti il bisogno di farti del male, non restare da solo con quel pensiero: chiedi aiuto a qualcuno di cui ti fidi o a un servizio dedicato. Telefono Amico Italia risponde al 02 2327 2327.

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