La paura di essere dimenticati

Ho sempre pensato che una delle cose più terribili che possano accadere a una persona sia essere dimenticata… e non parlo della morte, almeno non di quella fisica. Intendo più una scomparsa silenziosa nella memoria degli altri. Quando qualcuno che un tempo ci amava smette di cercarci… di sentire la nostra mancanza.
Quando diventiamo un ricordo sempre più sbiadito, fino a perdere qualsiasi significato.

Mi sono chiesta spesso che fine facciano le persone quando smettiamo di pensarle. Se continuino a esistere in qualche angolo della nostra memoria oppure se, lentamente, svaniscano fino a diventare estranee.
Non so… forse è per questo che mi occupo di storia…forse è per questo che scrivo.
Perché in fondo cosa è la storia se non un immenso tentativo di opporsi all’oblio?
E… se c’è una categoria di persone che, per secoli, ha dovuto lottare per conservare il proprio posto nella memoria collettiva, quella è certamente la categoria delle donne.

Nel Medioevo, essere donna, essere una regina, una nobildonna o una figura influente non garantiva necessariamente di essere ricordata. Le donne potevano esercitare potere, amministrare patrimoni, influenzare decisioni politiche e persino governare, ma spesso la loro esistenza veniva raccontata attraverso quella degli uomini ai quali erano legate: padri, mariti, figli, nipoti.
Di alcune di loro conosciamo soltanto il nome e di altre nemmeno quello… eppure, alcune riuscirono a lasciare qualcosa che avrebbe attraversato i secoli.

Nel IX secolo, una nobildonna franca di nome Dhuoda si trovò separata da suo figlio Guglielmo, affidato alla corte del re. Tra l’841 e l’843 scrisse per lui il Liber Manualis, un’opera di insegnamenti morali e spirituali, ma anche una testimonianza profondamente personale del legame tra una madre e suo figlio.

Dhuoda sapeva di non poter essere presente nella sua quotidianità e così affidò alle parole il compito di colmare quella distanza. Voleva che il figlio trovasse nel libro qualcosa della presenza materna che gli mancava… ed è commovente come una donna cercasse di rendersi presente anche attraverso la propria assenza.

Poi cinque secoli dopo, Christine de Pizan fece qualcosa di altrettanto significativo.
Nel 1405 scrisse La città delle dame, immaginando una città simbolica nella quale le donne potessero trovare finalmente riconoscimento e protezione. In un mondo letterario (e non solo) dominato dagli uomini, Christine decise di raccontare le imprese, le virtù e le capacità femminili, opponendosi ai pregiudizi che le pesavano addosso.

E poi, ancora , c’è Margery Kempe, vissuta tra il XIV e il XV secolo in Inghilterra, che affidò a degli scribi il racconto della propria esperienza spirituale. Il suo libro, considerato una delle prime grandi testimonianze autobiografiche in lingua inglese, è sopravvissuto attraverso un unico manoscritto medievale oggi conosciuto, conservato alla British Library.

È una sola copia e le pagine sono fragilissime, passate attraverso quasi sei secoli di storia… e pensare che sarebbe bastato perderle perché gran parte della sua voce scomparisse con la carta.

Quando penso a queste donne, mi domando quanto sia cambiato davvero il nostro bisogno di essere ricordati.
Noi oggi abbiamo fotografie, video, messaggi, archivi digitali e chi più ne ha più ne metta. Documentiamo qualsiasi cosa, ogni istante della nostra esistenza, come se accumulare ricordi potesse proteggerci dalla possibilità di scomparire… e nonostante tutto continuiamo ad avere paura di essere dimenticati.

Io, almeno, ne ho.

La mia è una paura che si intreccia inevitabilmente con quella dell’abbandono (sapete… quando cresci senza una figura materna e paterna costante pare che succeda…).
Io non ho paura soltanto che qualcuno possa andarsene… temo che possa farlo senza voltarsi indietro… che un giorno possa svegliarsi, continuare a vivere, ridere, innamorarsi, senza sentire più il bisogno di cercarmi, di ricordarsi di me.
Ho paura che qualcosa che per me è stato fondamentale possa diventare, per qualcun altro, soltanto un capitolo chiuso.
Forse è questo che rende l’abbandono così difficile da accettare, perché non possiamo controllare il posto che continueremo a occupare nella memoria degli altri. Possiamo certamente amare profondamente qualcuno, condividere anni della nostra esistenza, costruire ricordi che ci sembrano indistruttibili ma non abbiamo alcuna garanzia che quei ricordi conserveranno per sempre lo stesso valore.

La memoria è imperfetta, cambia continuamente ed è ingiusta. Lo è nella nostra vita privata, nella quotidianità, esattamente come lo è nella storia.
Le donne medievali che oggi cerchiamo nei manoscritti non potevano sapere se qualcuno, secoli dopo, avrebbe pronunciato ancora il loro nome. Alcune scrivevano per educare, altre per difendere le proprie idee, altre ancora per raccontare la propria esperienza…
E sono tornate in vita, per un istante, loro sono tornate a esistere. Qualcuno si è ricordato di loro, come io adesso, o come voi che leggete.

Mi piace pensare che ogni esistenza lasci qualcosa, anche quando non riusciamo a vederlo, e che il valore di ciò che siamo stati non dipenda soltanto dalla capacità degli altri di ricordarci.
E forse ciò che temiamo davvero non è essere dimenticati, ma scoprire che qualcuno che abbiamo amato possa cancellarci dalla propria vita e continuare a essere felice, mentre noi stiamo ancora imparando a vivere con la sua assenza.
Poi ci penso ancora e mi dico che forse prima di desiderare così profondamente di restare nella memoria degli altri, dovremmo imparare a non scomparire dalla nostra.

Sans Removyr

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