Elisabetta di York e la lealtà che la legava- motti pt II

Gli oggetti, si sa, viaggiano nel tempo. E a volte non servono monumenti, né cronache: basta una riga d’inchiostro, una firma, un motto infilato nel margine di un libro per far riaffiorare, dopo cinque secoli, una verità di identità.

Nella prima parte (qui per leggerlo) abbiamo seguito la traccia più criptica: “sans removyr elyzabeth”, vergata nel Tristano in prosa (British Library, Harley MS 49, f.155r), sotto l’ex libris di Riccardo di Gloucester. Un motto che suona come costanza, memoria, presenza che non vacilla, e che dialoga (probabilmente) con quell’altra frase misteriosa annotata sullo stesso foglio: “Remember wat yow sayd… A welle forton welle”.

Oggi, invece, entriamo in un secondo manoscritto: più silenzioso, più intimo, e forse ancora più rivelatore.

Il secondo libro è il De Consolatione Philosophiae di Boezio (British Library, Royal MS 20 A xix, f.195r), un testo che, apparteneva a Riccardo III: un classico che qualunque corte “seria” del tardo Quattrocento possedeva e leggevano come conforto, disciplina morale, e meditazione sul capriccio della Fortuna.
Ed è proprio lì, che dopo sette pagine bianche, compare una firma che sembra una dichiarazione:

“Loyaulte me lye elyzabeth” (“La lealtà mi lega, Elizabeth”).

È una frase brevissima, eppure densissima. È anche, soprattutto, il motto personale di Riccardo III, Loyaulte me lie, qui adottato da Elisabetta e sigillato con il suo nome.
Non è un motto “suo” come sans removyr; è un gesto diverso: un’appropriazione, un tributo, e forse anche una presa di posizione.

Nel leggere questi segni dobbiamo evitare l’errore più comune: trattare ogni curva della penna come una prova scientifica. La grafia medievale, inoltre, risponde a convenzioni e apprendimenti calligrafici. Detto questo, alcuni dettagli visivi sono interessanti come indizi narrativi (e non come certezze):

La parola “loyaulte” mostra una correzione visibile sulla “y”, aggiunta sopra la linea. È un gesto che può suggerire attenzione: Elisabetta vuole che quella parola sia esatta, scritta bene e non ambigua.

Il tratto è pieno e deciso: non è un appunto casuale, ma un segno intenzionale.

La “L” iniziale e la “E” di Elyzabeth sono più ornate: come se il gesto volesse restare memorabile, come un piccolo stemma personale.

La frase appare compatta, quasi un’unità: “Loyaulte me lye” non suona come tre parole separate, ma come un corpo unico. E subito dopo: Elyzabeth.

Se sans removyr era una promessa interiore (forse al tempo, forse a se stessa), qui sembra accadere qualcosa di diverso: la lealtà non è un sentimento; è un legame.

E la cosa più potente è proprio la sintassi: “loyaulte me lye” non dice “io sono leale”, ma “io sono legata”.

E cosa sta facendo Elizabeth allora? Qui la domanda non è “è romantico?” ma “è identitario”?.
Perché un motto può essere anche una maschera pubblica, un linguaggio politico. E usare il motto del re, poi firmarsi, può significare:

aderire a un ordine del mondo (chi è re, chi è leale, chi appartiene a chi)

dichiarare un’appartenenza, senza dirlo esplicitamente

lasciare un segno che non è destinato ai contemporanei, ma a chi verrà dopo.

Letto così, quel “Loyaulte me lye” diventa quasi: “Io sono quella che è legata dalla lealtà. Questa sono io.”

È una frase che non chiede e non negozia niente ma stabilisce.

Queste firme nei libri, il sans removyr nel Tristano e loyaulte me lye nel Boezio, sono spesso collocate nel periodo 1484–1485: dopo la dichiarazione di illegittimità dei figli di Edoardo IV, e prima che Elisabetta diventi regina Tudor. Non perché abbiamo una data scritta accanto alla firma, ma perché la sequenza dei motti e delle circostanze storiche rende quel segmento temporale il più plausibile.

Da regina, infatti, Elisabetta userà un’altra formula: “humble et reverente”, più “di corte”, più addomesticata, più conforme al ruolo nella quale fu relegata.

Ma ora arriviamo alla parte che più ci interessa: perché marchiare due libri così importanti nella biblioteca di suo zio?

Il Tristano in prosa era molto più di una storia: era un universo morale. Un manuale di cavalleria e, insieme, un romanzo d’amore e destino. In epoca medievale le due dimensioni non si separano mai davvero: la cavalleria vive di valori, e i valori vengono messi alla prova dall’amore, dalla fedeltà, dall’impossibile.

Il Boezio, invece, è un altro registro: è la filosofia della caduta e del riscatto interiore. Il libro in cui la Fortuna è una ruota che solleva e precipita senza pietà, e l’essere umano deve trovare un punto fermo altrove.

E qui si accende un collegamento: nel Tristano appare quella frase sulla fortuna (A welle forton welle). Nel Boezio, la Fortuna è tema centrale. È come se, in due libri diversi, girasse lo stesso nervo: instabilità, destino, ruota e perdita.

Allora la domanda non è più solo “perché firmarli”, ma: stanno comunicando, o comunicando a se stessi, attraverso questi testi?
È possibile che Elisabetta trovasse in quei volumi una forma di consolazione e, insieme, un linguaggio cifrato: una conversazione fatta di motti, non di confessioni.

Esiste anche un’altra traccia, meno citata ma significativa. Una firma sopravvive su un foglio separato, forse una lettera scritta da Elisabetta a sua madre (British Library, Add. MS 19398, f.35):

“humble et vreye / your loveng dawghter / Elysabeth the quene”
(“umile e vera / vostra affezionata figlia / Elisabetta la regina”).

Quel “vreye” (“vera”) mi colpisce più di tutto. Non è solo modestia: è una rivendicazione di autenticità. Regina e figlia, ruolo e origine, pubblico e privato.

E poi c’è un’altra scelta ancora più rara: in un Book of Hours conservato a Stonyhurst College (Ms. 37), Elisabetta si firma “Elizabeth Plantagenet – the queen”. Qui non è soltanto “regina”: è regina e Plantageneta. Come se volesse dire: sì, sono Tudor per matrimonio, ma sono York per sangue. E questo non si cancella.

E poi c’è la famosa lettera riportata da Sir George Buc (con i problemi noti di trasmissione del testo, e il lavoro di studiosi moderni nel distinguere l’opera dall’intervento del nipote omonimo). In quel resoconto Elisabetta chiede al duca di Norfolk di intercedere col re per una questione probabilmente matrimoniale, e dice di essere “leale suddita nel cuore, nel pensiero, nel corpo e in tutto”.
Ma soprattutto c’è il post scriptum che ha scandalizzato molti:

“La parte migliore di febbraio è passata e temo che la regina non morirà mai.”

Letta oggi suona spietata. Letta con la mente di una donna di fine Quattrocento, suona soprattutto come urgenza. Elisabetta era una pedina: dichiarata illegittima, politicamente vulnerabile, e con lo spettro Tudor che avanzava. In quel contesto, “temo che la regina non morirà mai” può significare: “se i tempi non si sbloccano, io non ho via d’uscita.”

Non è cinismo: è sopravvivenza.
Quando Anne Neville muore (16 marzo 1485), la propaganda Tudor si affretta a costruire la narrazione più velenosa: Riccardo avrebbe eliminato la moglie per sposare la nipote. Riccardo deve smentire pubblicamente, e la macchina politica reagisce.
Elisabetta viene mandata a Sheriff Hutton insieme ad altri giovani della famiglia reale (tra cui Edward di Warwick e John de la Pole). Silenzio, preghiera, attesa. E poi Bosworth.

Quando Riccardo muore, crolla il mondo possibile che Elisabetta, in qualsiasi forma lo immaginasse, stava ancora tenendo in vita. Poco dopo sarà condotta a Londra e sposata a Enrico Tudor.

Ma ora, dopo questo lungo post, arriviamo al punto…
Le firme nei libri raccontano ciò che la propaganda non può controllare. Perché non sono discorsi pubblici: sono segni lasciati dove nessuno guarda. E in quei segni io vedo una traiettoria:

  • da “figlia del re” (identità ricevuta),
  • a “sans removyr” (costanza come scelta),
  • a “loyaulte me lye” (lealtà come vincolo),
  • fino a “Plantagenet, the queen” (identità integrata, completa, irriducibile).

In un’epoca in cui l’identità femminile era un ruolo imposto, Elisabetta risponde con un’altra lingua: motti, libri, firme. È una resistenza che non fa rumore, ma lascia tracce.

E se davvero quei due volumi, Tristano e Boezio, sono legati dalla Fortuna e dalla lealtà, allora la sensazione è quella di un dialogo sotterraneo: non solo tra Elisabetta e Riccardo, ma tra Elisabetta e il tempo.

Un sussurro tra le pagine che dice: “Io non mi muovo. Io non dimentico. Io so a chi sono legata.”

Una replica a “Elisabetta di York e la lealtà che la legava- motti pt II”

  1. […] …Ma di questo parleremo nella seconda parte qui […]

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