La veglia delle anime e la notte in cui i morti tornano a casa

Ad ogni 31 ottobre, da ormai trentasei anni a questa parte, sento criticare il giorno di Samhain, o Halloween (come viene oggi chiamato) nella maniera più assurda possibile.
C’è chi lo definisce un giorno malefico, dedicato al demonio, e chi invece lo giudica solo per ciò che la cultura americana lo ha fatto diventare: puro commercio dedicato all’horror e ai dolcetti.
Ma in realtà, come spesso accade, ciò che sappiamo e ciò che realmente è sono due cose completamente diverse.

Nel Medioevo, ad esempio, la morte non era un tabù. Anzi… era parte del quotidiano: la gente viveva sapendo perfettamente che da un momento all’altro poteva morire. Era un confine poroso, un’ombra costante ma anche una promessa di ritorno.

I cimiteri si trovavano accanto alle chiese, i morti venivano ricordati durante le messe e, spesso, anche dentro le mura domestiche: nei libri di famiglia, nei registri delle confraternite, nei ceri accesi in loro nome.
Il 1° e il 2 novembre, le due giornate dedicate ai Santi e ai Defunti, erano tra le più sentite del calendario cristiano. Nacquero in un contesto monastico, nell’abbazia di Cluny, intorno all’anno Mille, quando l’abate Odilo di Cluny decise di dedicare un giorno intero alla commemorazione di tutti i fedeli defunti, affinché nessuna anima restasse dimenticata. Fu un’intuizione spirituale ma anche profondamente umana: ricordare i morti significava riconoscere che la comunità dei vivi non finiva con la vita terrena.

Ogni chiesa, ogni villaggio, iniziò a dedicare un giorno all’anno ai propri defunti, e il 2 novembre divenne la data ufficiale della Commemorazione di tutti i fedeli defunti.
Nelle città medievali, quel giorno aveva un’atmosfera sospesa. Le campane suonavano lente, le famiglie si recavano al cimitero con piccoli doni, pane, vino, ceri accesi, e i poveri ricevevano elemosine “in nome delle anime”. Il gesto era semplice ma carico di significato: condividere il pane con chi aveva fame equivaleva a nutrire anche i defunti, che si credeva potessero ricevere sollievo dalle opere di carità.

I manoscritti liturgici dell’epoca raccontano di messe celebrative, di letture dedicate, ma anche di usanze popolari meno “canoniche”. In alcune zone d’Europa si lasciavano luci accese tutta la notte, una sorta di veglia domestica, perché le anime potessero ritrovare la strada di casa. Altrove si preparava il “pane delle anime”, un piccolo pane benedetto distribuito ai poveri o lasciato sulle tombe, simbolo di un legame che neppure la morte poteva spezzare.

Il Medioevo, con la sua visione insieme mistica e concreta, percepiva il 2 novembre come un varco. Si pensava che in quei giorni il “velo” tra vivi e morti si facesse sottile: una soglia in cui le due dimensioni potevano sfiorarsi. L’eco di antiche credenze precristiane, come il Samhain celtico, sopravviveva nella mentalità popolare: la notte tra ottobre e novembre era il momento in cui le anime erranti tornavano a visitare i luoghi che avevano amato.

In alcuni monasteri benedettini era usanza che ogni monaco, nel giorno dei morti, scrivesse su un foglietto il nome di un confratello defunto: quei nomi venivano letti ad alta voce durante la preghiera serale, in un rito che ricordava la forza della memoria collettiva.

Nei villaggi dell’Inghilterra medievale, i bambini andavano di casa in casa chiedendo soul cakes, piccole focaccine offerte “per le anime in Purgatorio”, in cambio di una preghiera. È un’usanza che, secoli dopo, avrebbe dato origine al trick or treat di Halloween (quindi, ehi! spiegate ai vostri figli che ciò che fanno ha origini antichissime!).

In alcune cronache francesi del XIII secolo si racconta che, durante la notte tra l’1 e il 2 novembre, chi si avventurava per le strade poteva udire processioni invisibili di defunti: un corteo silenzioso chiamato la mesnie Hellequin, “la schiera di Hel”, reminiscenza di antichi miti nordici.

Nel Medioevo, quindi, il Giorno dei Morti non era solo una ricorrenza religiosa: era un modo per mantenere viva la relazione con chi non c’era più. Un gesto di pietà, ma anche di continuità. Pregare per i defunti significava credere che la vita non finisse con la morte.

Oggi, tra candele accese e visite ai cimiteri, restano le tracce di quella visione antica: il bisogno di sentirci ancora parte di un tutto, un filo che unisce generazioni e secoli. Forse, dopotutto, i medievali non erano così lontani da noi: anche loro cercavano, nel buio di novembre, un modo per illuminare i propri morti e, insieme, celebrare la vita.

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