C’era una volta un bambino, nato attorno al 1474 in Bretagna, che, dopo l’assassinio di Riccardo III a Bosworth, visse alla corte del nuovo re, Enrico VII, come cavaliere di fiducia dei Tudor. Morì nel 1535 lasciandosi alle spalle una scia di sussurri che ancora oggi continuano a ripetere: ma chi era Roland de Velville?
Siamo nella Bretagna del duca Francesco II. Enrico Tudor, ancora giovane e senza titolo, vive in esilio, sorvegliato e con poche speranze. È in questo contesto che pare si sia consumata una relazione tra lui e una nobildonna bretone, forse legata ai conti di Durtal, nei pressi di Nantes.
Dalla loro unione sarebbe nato Roland, cresciuto lontano dai riflettori, ma sempre vicino al potere.
Roland appare in Inghilterra forse già nel 1485, l’anno in cui Enrico ottiene la corona. Avrebbe avuto solo dieci o undici anni.

Alcuni lo datano invece al 1494, ma in entrambi i casi lo troviamo stabilmente insediato nella casa reale già negli anni ’90 del Quattrocento.
La sua prima apparizione documentata è durante un torneo in onore del giovane principe Enrico, futuro Enrico VIII. Partecipare a una giostra reale a quell’età, senza titolo né casato ufficiale, è altamente inusuale.
Ma de Velville non era un qualunque giovane cortigiano.
Roland visse negli appartamenti reali a Westminster, ed era assai difficile abitare negli appartamenti reali senza essere di sangue reale.
Ricevette una pensione annua di 40 marchi e trascorse le sue giornate tra tornei, caccia, falconeria e gioco d’azzardo con il re.
Il suo stile di vita era spensierato, quasi adolescenziale. Non accumulò mai ricchezze né terre. E non si preoccupò mai di scalare la gerarchia sociale, anche perché Enrico fece ben attenzione a non permetterglielo.
Viveva di rendita e di una vicinanza personale al re che andava ben oltre la semplice lealtà.
A differenza di altri nobili, Roland non cercò potere né patrimonio. Non costruì un feudo, non si alleò strategicamente.
Una scelta che sembra personale, ma che probabilmente fu dettata da precise regole imposte dal re.
Con tutta probabilità, Enrico gli aveva promesso ricchezza e benessere, uno status privilegiato, ma non gli diede mai un titolo che potesse un giorno consentirgli di pretendere qualcosa oltre a ciò che già possedeva.
Vi immaginate se lo avesse riconosciuto?
Un primogenito legittimato, figlio della Francia, che reclama il trono per sé, riportando tutti in una nuova guerra tra Inghilterra e Francia? Ancora una volta? Quale folle lo avrebbe mai fatto?
Ad Enrico VII si può dire tutto, ma di certo non che fosse poco lungimirante.
Quando Enrico VII morì, fu Enrico VIII a garantirgli una posizione ufficiale: nel 1509 lo nominò Conestabile del castello di Beaumaris, nel Galles.
Una carica prestigiosa e ben retribuita, seconda solo a quella del duca di Suffolk nella regione.
Roland era anche un guerriero e un uomo socialmente ben considerato.
Combatté nella battaglia degli Speroni (1513) contro i francesi e partecipò al celebre Campo del Drappo d’Oro (1520).
Fu presente ai funerali di Enrico VII (1509) e del duca di Cornovaglia (1511).
Stranamente, non risulta presente a quelli di Elisabetta di York nel 1503. Forse perché, non essendo figlio della regina, la sua presenza avrebbe potuto in qualche modo offendere il suo nome?
Quando il Parlamento cercò di sospendere la sua pensione, fu Enrico VIII in persona a intervenire per proteggerla.
Nel 1517, Roland fu persino imprigionato brevemente per aver insultato il consiglio del re, ma venne rilasciato con una sola condizione: restare vicino al sovrano.
Un dettaglio che parla da solo.
La domanda, dunque, è: perché Enrico VII non lo riconobbe apertamente come figlio?
Roland nacque prima del matrimonio con Elisabetta di York, quindi non avrebbe generato scandalo.
Re precedenti, come Edoardo IV e Riccardo III, riconobbero figli illegittimi.
Enrico, invece, era cauto, riservato, e forse desiderava mostrarsi casto agli occhi del popolo.
Ma soprattutto: riconoscere un figlio nato in Francia, primogenito per giunta, avrebbe potuto comportare gravi problemi politici una volta diventato re.
Se Roland fosse stato legittimato, avrebbe potuto reclamare il trono per sé, spodestando Arthur, Enrico e tutti i figli legittimi nati da Elisabetta… una storia che la povera Elisabetta aveva già vissuto sulla propria pelle.
E questo avrebbe dato alla Francia un motivo per sostenere la pretesa di Roland, trascinando il regno in una nuova guerra contro l’Inghilterra, dopo quella dei Cent’Anni e la guerra delle Due Rose.
Insomma, per un re che voleva presentarsi come pacificatore, questo non poteva assolutamente accadere. Ed Enrico, infatti, non lo permise.
(Questo dimostra anche che i figli illegittimi non avevano alcun potere, a meno che non venissero legittimati.
NOTA: Infatti la legittimazione della stirpe Tudor risale a un atto di Enrico VI del 1452, che riconobbe Edmondo Tudor come legittimo. Tuttavia, la linea materna di Enrico VII, i Beaufort, pur legittimata da Riccardo II, fu poi esclusa dalla successione da Enrico IV.
Se ciò non fosse accaduto, non avrebbe mai ottenuto sostegno per rovesciare Riccardo III a Bosworth. Nessuno combatte per un illegittimo.)
Roland, inoltre, portava uno stemma araldico simile a quello della famiglia Cosquer, con il cinghiale nero passante, simbolo nobiliare della Bretagna.
E le cronache lo descrivono alto e chiaro di carnagione, molto simile a Enrico VIII.
I bardi gallesi dell’epoca non avevano dubbi. Nei loro versi, Roland era “di sangue reale”. Un’espressione precisa, e neanche troppo codificata, usata per indicare discendenza regale.
Persino nel 1544, quasi dieci anni dopo la sua morte, Enrico VIII espresse rammarico per la perdita del suo vecchio Conestabile, lodandone il valore e la fedeltà.
Roland de Velville visse tra la luce e l’ombra, forse figlio di un re che non poteva (o non voleva) riconoscerlo, per proteggere ciò che aveva duramente ottenuto.
Un bastardo che non doveva mai essere nominato, ma che veniva tenuto a bada con premi, pensioni, ruoli e gloria.
La perfetta vita di un privilegiato da tenere buono, non da alimentare.
Dopotutto, i Tudor erano noti per la loro abilità nel nascondere la verità e modellarla a proprio piacimento.
E Roland non sfuggì a questa sottile strategia.
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