Ora voi credete che solo noi usiamo le parolacce. Che imprecare ce lo siamo inventati noi moderni e che nel Medioevo, per esempio, non solo fosse impossibile, ma fosse pure probabile che Dio ti fulminasse dal cielo dandoti fuoco. Ebbene no.
Nel Medioevo (ma ovviamente anche nelle epoche precedenti) le parolacce si dicevano, eccome! E la “vera” parolaccia non era sessuale… ma religiosa.
Invocare “il sangue di Cristo”, “le ossa di Dio”, “il corpo di Nostro Signore” in modo blasfemo non era una semplice espressione di rabbia. Era un atto percepito come reale, quasi fisico. In una società fondata sulla presenza concreta del sacro, dall’Eucaristia ai giuramenti, colpire verbalmente il corpo di Dio significava incrinare l’ordine stesso del mondo.
A Firenze, negli Statuti del Comune del XIV e XV secolo, la bestemmia è perseguita con multe progressive; in caso di recidiva si arrivava alla gogna. A Venezia, nel Quattrocento, il Consiglio dei Dieci interviene più volte contro chi “bestemmiava il nome di Dio e dei santi”. A Bologna e Perugia esistono magistrature specifiche incaricate di reprimere il “mal parlare contro Dio”.
La parolaccia, qui, non era più solo uno sfogo, ma un vero e proprio reato. Offendere qualcuno significava metterne in discussione la posizione nel mondo, davanti agli uomini e davanti a Dio. Non era questione di sensibilità: era questione di ordine sociale. Tecnicamente lo è anche oggi, ma poco ci importa…
Nel Trecento, nelle novelle del Decameron di Giovanni Boccaccio, il corpo è raccontato senza ipocrisia: sesso, adulterio, desiderio, inganno. Il lessico può essere diretto, ma non è percepito come scandaloso nel senso moderno. Non esiste ancora quella frattura netta tra parola oscena e condanna morale che si consoliderà in età post-tridentina.

“Tirate, figli di puttana“ Sisinnio che non le manda a dire in un affresco della basilica di San Clemente a Roma.

Se ci spostiamo in Inghilterra, le fonti scritte confermano che molte parole ritenute “moderne” sono medievali. “Fuck” compare in forma riconoscibile in un poema satirico del XV secolo, spesso citato come Flen, flyys, dove appare latinizzato. “Cunt” è attestato già nel XIII secolo in documenti toponomastici.
A Londra esisteva realmente una strada chiamata Gropecunt Lane, menzionata nei registri cittadini del XIII e XIV secolo. Era una zona legata alla prostituzione. Il termine era volgare, ma non aveva ancora il peso tabù assoluto che assumerà in epoca vittoriana. Era parte del lessico urbano.
In Francia la situazione è simile: “merde” è attestato già nel XII secolo nei testi letterari; “con” deriva dal latino cunnus e attraversa senza interruzioni il Medioevo. Il lessico osceno nasce dal corpo e dalla materialità quotidiana, animali, escrementi, sessualità, senza la patina di ipocrisia che assoceremmo ai secoli successivi.
Eppure, paradossalmente, l’insulto più pericoloso non era quello che evocava il sesso, ma quello che toccava l’identità.
Dare del “bastardo” ingiustamente significava contestare la legittimità giuridica di una persona. Accusare qualcuno di eresia poteva portarlo davanti a un tribunale ecclesiastico. Chiamarlo “usuraio” o “sodomita” non era una semplice offesa: era un’imputazione con conseguenze concrete.
La parola medievale non era solo liberatoria, ma in alcuni casi era performativa, quando toccava la legittimità e l’identità, nel senso più letterale del termine: produceva effetti giuridici e sociali.
Oggi la parolaccia è, quasi sempre, uno sfogo emotivo; nel Medioevo era anche un atto pubblico.
Ora immaginatevi di portare in tribunale tutti quelli che vi chiamano “figlio di puttana”.
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