Quando si pronuncia il nome di Eloisa, la memoria collettiva corre quasi automaticamente a un’altra figura: Pietro Abelardo.
La loro storia d’amore, travolgente, scandalosa, tragica, è diventata nel tempo uno dei grandi miti fondativi dell’Occidente sentimentale. Ma fermarsi lì significa tradire proprio ciò che rende Eloisa una figura eccezionale. Perché Eloisa non è solo una protagonista di un amore infelice: è una delle più grandi intellettuali del Medioevo, una donna che ha pensato il desiderio, il sapere e il potere femminile in un’epoca che non prevedeva spazio per nessuna di queste cose.
Nata intorno al 1092, probabilmente in un contesto aristocratico ma segnato dall’ambiguità dell’illegittimità, Eloisa riceve un’educazione fuori dal comune. Cresce tra libri, lingue e studio, prima nel monastero di Argenteuil e poi a Parigi, sotto la tutela dello zio Fulberto. In un secolo in cui la maggior parte delle donne non sapeva leggere, Eloisa padroneggia il latino, conosce il greco e l’ebraico, studia i classici, la logica, la retorica. È già nota per la sua intelligenza quando Abelardo entra nella sua vita: non una tabula rasa da plasmare, ma una mente già formata.

L’incontro con Abelardo non è solo una vicenda sentimentale, ma uno scontro tra due intelligenze. La loro relazione nasce anche come dialogo filosofico e si trasforma presto in passione fisica, vissuta da Eloisa con una lucidità sorprendente. Nelle lettere che ci sono giunte, autentici capolavori di introspezione, Eloisa fa qualcosa di inaudito per il suo tempo: nomina il desiderio femminile, lo analizza, lo difende.
Non si presenta come vittima né come peccatrice pentita, ma come soggetto consapevole. Ama Abelardo, sì, ma rifiuta l’idea che il matrimonio sia l’unica forma legittima dell’amore. Per lei il matrimonio è un’istituzione sociale che mortifica il sentimento e riduce la donna a merce; l’amore, invece, è libertà, scelta, responsabilità reciproca.
La tragedia è nota: una gravidanza, un matrimonio segreto, la vendetta brutale dello zio Fulberto, la castrazione di Abelardo. È qui che la narrazione tradizionale tende a congelare Eloisa nel ruolo della donna spezzata. In realtà, è da questo momento che la sua vera carriera comincia. Costretta a prendere il velo contro la propria volontà, Eloisa attraversa una fase di lacerazione profonda: monaca senza vocazione, moglie senza marito, intellettuale ridotta al silenzio. Ma non resta lì.
Ridurre Eloisa alla storia d’amore con Abelardo significa ignorare il luogo in cui la sua intelligenza ha avuto il massimo impatto: il governo concreto di una comunità femminile. Quando Abelardo le affida la guida dell’abbazia del Paracleto, Eloisa si trasforma in una leader straordinaria. Diventa badessa, amministratrice, riformatrice. Non si limita a dirigere un monastero: ne reinventa il modello.

La sua scelta più radicale è anche la più rivoluzionaria: scrivere una regola monastica per donne partendo dal corpo delle donne. Eloisa si rende conto di una verità che la tradizione monastica aveva sempre ignorato: le regole disponibili, in particolare quella benedettina, sono pensate per corpi maschili. Per monaci che non mestruano, non partoriscono, non attraversano cicli ormonali, malattie ginecologiche, gravidanze o le conseguenze fisiche della denutrizione in corpi biologicamente diversi. La genialità di Eloisa sta proprio nel rifiutare l’idea che le donne debbano semplicemente “adattarsi” a un modello che non è stato pensato per loro.
Nei suoi scritti e nelle sue richieste ad Abelardo, spesso ridotte dalla storiografia a semplici questioni teologiche, Eloisa pone domande che nessuno prima di lei aveva osato formulare in modo sistematico:
come può una regola ignorare la fragilità ciclica del corpo femminile?
come conciliare digiuni rigidi con mestruazioni abbondanti, anemia, debolezza fisica?
che senso ha imporre penitenze identiche a chi vive esperienze corporee radicalmente diverse?
Eloisa parla apertamente di sanguis mulierum, il sangue delle donne, non come impurità simbolica ma come dato biologico reale. In un’epoca in cui il sangue mestruale è caricato di tabù, paura e superstizione, lei lo riporta nel campo della responsabilità pratica: una badessa, sostiene, deve governare corpi reali, non astrazioni spirituali. Per questo chiede, e in larga parte ottiene, una mitigazione delle pratiche ascetiche più estreme. I digiuni vengono adattati, le penitenze differenziate, l’organizzazione del lavoro tiene conto delle forze fisiche. Le malattie non sono interpretate come colpa morale, ma come condizioni da gestire.
Eloisa non rifiuta l’ascesi, ma la rende sostenibile. E soprattutto la rende non punitiva. In questo c’è una visione profondamente moderna: Eloisa separa la spiritualità dalla mortificazione del corpo. Non crede che la santità passi necessariamente attraverso la sofferenza fisica. Anzi, intuisce che una spiritualità che ignora il corpo produce solo colpa, ipocrisia o distruzione. È un’intuizione che anticipa di secoli il pensiero femminista sul corpo come luogo di sapere.
Accanto a questa riforma incarnata, Eloisa trasforma anche la vita intellettuale del monastero. Al Paraclito si studia, si scrive, si canta. La musica sacra, anche grazie alle composizioni di Abelardo, diventa parte integrante della formazione. Le monache non sono incoraggiate al silenzio totale, ma al pensiero disciplinato. Eloisa difende l’idea che le donne possano comprendere la Scrittura, discuterla, interrogarla. Non vuole mistiche mute, ma donne pensanti.

Nei Problemata Heloissae emerge tutta la sua statura intellettuale: Eloisa pone problemi di teologia morale, di interpretazione biblica, di coerenza dottrinale. Chiede, mette in dubbio, pretende risposte. Non accetta l’autorità solo perché è tale. La sua è una leadership fondata sulla parola e sulla ragione, non sull’obbedienza cieca. In questo senso, Eloisa appare sorprendentemente moderna: crede che il pensiero sia un atto morale e che la coscienza individuale conti quanto la legge.
Anche nelle lettere più tarde, quando il mito vorrebbe vederla finalmente pacificata, Eloisa resta inquieta e lucidissima. Non rinnega il passato, non riscrive il desiderio come errore giovanile. Scrive una frase che ancora oggi disarma per la sua onestà: avrei preferito essere tua amante piuttosto che tua moglie. È una dichiarazione che rovescia secoli di morale patriarcale e che rende Eloisa una voce isolata e potentissima nel Medioevo cristiano.
In questo senso, Eloisa è una figura scomoda anche per la Chiesa riformata del XII secolo. Il suo modello di abbazia femminile, colta, autonoma, incarnata, non verrà replicato. Nei secoli successivi prevarrà un altro paradigma: la donna mistica, visionaria, spesso sofferente, spesso malata, spesso muta. Eloisa, invece, è sana, lucida, razionale. E forse proprio per questo meno “utilizzabile” come modello edificante.
Quando muore nel 1164, Eloisa lascia dietro di sé non solo una storia d’amore, ma un esperimento politico e spirituale straordinario: un luogo in cui le donne hanno governato se stesse senza rinnegare la propria fisicità. È forse questo il motivo per cui la memoria successiva ha preferito trasformarla in leggenda romantica. La passione è più facile da raccontare del potere.
Rileggere oggi Eloisa significa fare un’operazione necessaria: togliere il velo al mito e restituire dignità alla badessa. A una donna che ha osato dire che la fede non richiede l’odio per il corpo e che il pensiero non è prerogativa maschile. In un Medioevo che credeva di poter controllare le donne attraverso la regola, Eloisa ha risposto con l’unica vera rivoluzione possibile: scrivere la regola partendo da sé.

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