È da una vita che sento dire: «Ma mica siamo al Medioevo!» oppure «Sembra di essere tornati al Medioevo», quando si vuole commentare qualcosa di assurdo che ci porta a regredire talmente tanto da diventare dei barbari, puritani, timorati di Dio e destinati a morire di peste.
Ed ogni volta che mi capita di sentire questa cosa, penso a quante cose abbiamo ancora in comune con un’epoca che noi, per qualche assurda ragione, vediamo come oscura e piena di impedimenti.
Il Medioevo è un’epoca ampissima, che ha visto innumerevoli cambiamenti, non solo di costumi ma anche di pensiero e… linguaggio.
Sì, perché dovete dimenticare il Medioevo grigio e silenzioso che ci hanno raccontato a scuola: quello fatto solo di monaci copisti e dame che sospiravano in latino, di uomini che si squartavano e di una sessualità al limite del nullo.
Il Medioevo era, proprio come ora, un mondo rumoroso, pieno di vita, sudore e… parolacce.
Eh sì, perché anche allora la gente insultava, rideva del sesso e… bestemmiava.
Solo che le loro oscenità suonavano molto più teatrali delle nostre e, spesso, chi aveva la bocca più “calda” non era il contadino della taverna, ma addirittura il re sul trono.
Mi spiego meglio… nel Medioevo (e anche il Rinascimento come vedremo in questo post) la parolaccia più grave non riguardava la madre di nessuno, ma Dio in persona, ovviamente.
Ed anche in questo non è che siamo cambiati poi di molto, eh.
Giurare «By God’s blood!» o «By God’s nails!» (per i chiodi di Cristo!) era l’equivalente medievale di un urlo da stadio… solo che poteva costarti la pelle.
Le cronache raccontano di frustate, multe e pellegrinaggi imposti a chi bestemmiava in pubblico.
Shakespeare dovette inventarsi un trucco per non far infuriare la censura:
«God’s wounds!» diventò «Zounds!», «God’s blood!» si ridusse in «’Sblood!».
Un po’ come dire “cavolo!” al posto di “cazzo”.
La stessa ipocrisia linguistica che ci accompagna ancora oggi. Acciderbolina.
Poi c’era l’altro grande, immenso ed enorme tabù: il sesso.
E qui il Medioevo si rivela sorprendentemente… diretto (come abbiamo anche visto in vari post di questo blog)
A Londra, nel XIII secolo, esisteva una via chiamata Gropecunt Lane, letteralmente “Vicolo delle prostitute”.
Fu poi ribattezzata più pudicamente Grape Lane, ma il riferimento era chiaro.
Niente metafore, niente giri di parole: i medievali chiamavano le cose col loro nome.
Nei Canterbury Tales, Geoffrey Chaucer (di fine XIV secolo) usa la parola “swive” per indicare l’atto sessuale.
In Francia, i fabliaux parlano senza remore di “foutre”, ovvero fottere.
Anche il modo di insultarsi era un piccolo capolavoro di creatività.
Non bastava dire “idiota”, noooo. Nel Medioevo si preferivano offese che suonassero come sentenze morali:
“Knave!” (farabutto), “Whoreson!” (figlio di prostituta), “Villano!” (rozzo plebeo) o “Ribaldo!” (dissoluto, infame).
Parole che oggi farebbero sorridere, ma allora potevano rovinarti la reputazione.
Un “villano” detto al nobile sbagliato valeva quanto una sfida a duello.
Altro che “idiota su Facebook”: pensa a quanti duelli ci sarebbero oggi se volessimo sfidarci ogni volta che qualcuno ci insulta sui social! 😄
E ora veniamo ai miei preferiti: i re e le regine “sboccati”.

Tra un matrimonio e una decapitazione, Enrico VIII trovava il tempo per scherzare in modo grossolano con i suoi amici di caccia.
Gli ambasciatori stranieri raccontano che “parlava come un soldato”, infarcendo i discorsi di allusioni sessuali.
Non stupisce: per lui la virilità si dimostrava anche col linguaggio.

E sua figlia non era da meno. Dietro la compostezza da statua Tudor, Elisabetta era tagliente, sarcastica e spesso spietata.
Con i suoi cortigiani sapeva essere velenosa e brillante: chiamò il suo favorito Robert Dudley “my little dog” in un modo che, diciamolo, non lasciava molto spazio all’immaginazione.
Sapeva perfettamente quando un doppio senso poteva mettere un uomo in ginocchio più di una guerra.

Carlo II soprannominato The Merry Monarch, aveva fatto della volgarità un’arte.
Durante i banchetti intonava canzoni oscene e, quando i moralisti lo rimproveravano, rispondeva: “Non posso promettere di smettere di peccare, ma posso promettere di peccare con più discrezione.”
Un genio del sarcasmo, prima ancora che del peccato.

A Francesco I di Francia, invece, piaceva parlare “come i soldati”.
Non disdegnava battute sporche e vezzeggiava le amanti chiamandole “le mie porcelline reali”.
Una lo soprannominò “mon cochon royal”… e ne andava fiero. Fierissimo.
Certo, non tutti potevano permettersi quella libertà. Nei registri comunali di Firenze o Venezia si leggono multe per “lingua scurrile” e “bestemmia pubblica”.
Chi bestemmiava rischiava la frusta, chi insultava un nobile finiva al palo.
Ma nei mercati e nelle taverne la lingua non conosceva censura: la parolaccia era la voce del popolo, un modo per esorcizzare la fatica e la paura.
Le parolacce medievali ci raccontano un mondo tutt’altro che cupo: rumoroso, carnale, vivo. Bestemmiare, ridere e insultare erano parte del gioco, un modo per stare al mondo.
Oggi cambiano le parole, ma il bisogno resta lo stesso: rompere il silenzio con un grido umano, troppo umano.
E chissà… se potessimo passeggiare per una taverna del Quattrocento, tra un ’Sblood! e un foutre!, ci sentiremmo più a casa di quanto possiamo immaginare.
NOTA: la foto del post mostra un appunto trovato all’interno di una copia del 1529 del De Officiis di Cicerone.
Alla fine della pagina, l’amanuense, senza alcun tipo di filtro, scrisse: “fuckin abbot” (vaffanculo abate).
Chissà cosa aveva fatto questo abate per averlo fatto così tanto…incazzare.

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