Una lezione medievale ai ricchi di oggi

In questi giorni sono stata a Bruges e, nei momenti in cui non ero costretta a fare lo slalom tra i turisti, mi sono sentita come sospesa nel tempo.

La sensazione di sospensione più intensa l’ho provata davanti all’Ospedale di San Giovanni, fondato intorno al 1150, dove le acque quiete riflettono i mattoni dell’edificio e il cielo sembra abbassarsi a sfiorare i tetti appuntiti.

Chi lo osserva da fuori ha l’impressione che sia sorto direttamente dall’acqua, come una specie di Arca ferma nel tempo. Ma non è un’illusione ottica né un caso architettonico: fu costruito deliberatamente accanto al canale, con fondamenta basse e aperture sul livello dell’acqua per favorire il trasporto e il rifornimento via barca e per avere sempre acqua corrente.

Fondato nel XII secolo, l’Ospedale di San Giovanni (Sint-Janshospitaal) è uno degli ospedali più antichi d’Europa. Ma guai a immaginarselo come un nosocomio nel senso moderno del termine! Era piuttosto un luogo d’accoglienza: viandanti, pellegrini, poveri e malati vi trovavano un tetto, un pasto caldo e una branda. Potevano fermarsi una o due notti se erano solo di passaggio. E i malati di mente, quelli che la società voleva dimenticare, qui trovavano invece cura, cibo, comprensione. Nessuno li colpevolizzava per la loro condizione, e nessuno li cacciava. Perché l’idea centrale era una: la malattia non è colpa.
Un gesto rivoluzionario, per un’epoca che noi, con troppa leggerezza, bolliamo sempre come “oscura”.

Questo ospedale non funzionava “grazie allo Stato” (che ovviamente non esisteva), ma grazie alla generosità dei ricchi. Sì, i ricchi! Ma quelli del passato, che non si facevano problemi a finanziare direttamente ospedali, orfanotrofi, chiese e ricoveri. Le loro donazioni mantenevano vive queste strutture.

Lo facevano, certo, per indole personale, ma soprattutto per un timore di Dio profondo. Donare, per loro, significava salvare l’anima, perché la fede non era una consolazione privata, ma un varco tra il mondo terreno e l’immortalità.

Oggi invece la religione, quando c’è, è spesso ridotta a una camera di espiazione, un confessionale dell’Io, dove basta un segno della croce per finire dritti in Paradiso.
Il sacro è stato liquidato come retaggio d’altri tempi. Ma allora era vivo, e muoveva i gesti, le architetture e le decisioni quotidiane e personali.

E oggi? Beh…oggi abbiamo miliardari che, quando decidono di fare beneficenza, creano la propria fondazione intestata a loro stessi. Fanno circolare il denaro solo all’interno di circuiti controllati, detraibili e utili alla loro immagine. Nessun impatto vero, nessuna rinuncia reale. Vengono celebrati come mecenati, ma non versano un centesimo alle strutture pubbliche che cadono a pezzi. E se proprio devono far parlare di sé, affittano Venezia intera per un matrimonio, paralizzano una città viva per puro esibizionismo.
E pensare che con una sola delle loro feste potrebbero finanziare un ospedale per dieci anni.

All’interno dell’Ospedale di San Giovanni si cammina oggi tra volte gotiche, sale austere e ambienti che profumano ancora di erbe medicinali e candele. Ma non solo…c’è anche parecchia arte!
Il complesso ospita infatti il Museo Memling, con alcune delle opere più emozionanti del pittore fiammingo Hans Memling, che lavorò proprio qui. Le sue pale d’altare, come la celebre Teca di Santa Orsola, o il suo reliquario contenenti le sue ossa, non erano solo opere decorative ma erano soprattutto strumenti spirituali, pensati per dare conforto ai malati, accompagnare i morenti e sollevare l’anima laddove era possibile.
L’arte non era un lusso, ma una forma di cura (e tecnicamente lo sarebbe anche oggi se solo non fossimo così concentrati sull’apparire fighi per qualche secondo sui social…vabbé, oggi son polemica…)

Il chiostro e il giardino erano parte della terapia, perché i degenti potevano accedere a un chiostro silenzioso e a un giardino di erbe medicinali, che non servivano solo alla cura fisica, ma anche alla contemplazione e al ristoro dell’anima.

Ma era anche un luogo dove si moriva… in grazia di Dio.
La morte era parte integrante della vita ospedaliera: l’ospedale offriva accompagnamento spirituale ai morenti, e molte delle opere d’arte miravano a prepararli con dolcezza al passaggio all’aldilà.

Inoltre ha ispirato anche numerosi scrittori, artisti e pellegrini moderni. Non è raro, infatti, trovare nei libri di viaggio o nei diari di artisti del XIX e XX secolo riferimenti alla potenza evocativa di questo luogo, che continua a ispirare poeti, pittori e visitatori in cerca di silenzio e senso.

Attualmente l’Ospedale di San Giovanni è un museo, ma non ha smesso di ricordarci che il passato non era necessariamente più crudele di oggi, ma certamente più consapevole dei propri limiti. E che l’accoglienza, la cura e la bellezza non erano contraddizioni, ma necessità primarie.
All’interno del complesso si può visitare una farmacia storica perfettamente conservata, con boccette, albarelli, strumenti e armadi originali. Le erbe e i rimedi erano preparati in loco da suore esperte.

Bruges conserva questo luogo come si conserva una reliquia. E chi vi entra, se ascolta con attenzione, potrà ancora sentire il suono dei passi lenti dei pellegrini, il bisbigliare delle suore, e forse, con un po’ di fortuna, una domanda che ci riguarda tutti:

Cosa abbiamo fatto, noi, con tutta la nostra ricchezza e il nostro sapere? Come è possibile che un tempo i ricchi costruissero ospedali, e oggi si limitino ad accumulare ricchezza senza sfiorare chi ha davvero bisogno?
Siamo talmente concentrati sul fare soldi da non vedere più il dolore altrui, che ci appare lontano, scomodo… quasi irreale.

E così restiamo arrabbiati, disillusi, e ci giustifichiamo facendo spallucce.

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