Stanotte non riuscivo a dormire (strano, davvero, perché io dormo sempre e ovunque!) così, tra un pensiero e l’altro, la mia mente è tornata a una delle mie ossessioni: i “What if” della storia.
Se non li conoscete, ve lo spiego brevemente: i “What if” (“E se…” in italiano) sono scenari ipotetici che esplorano cosa sarebbe potuto accadere se eventi o decisioni storiche fossero andati diversamente. Si tratta di veri e propri esercizi di storia alternativa, dove si immaginano gli sviluppi possibili di un passato differente, analizzando le conseguenze anche di piccoli cambiamenti.
Questa è da sempre una mia fissazione. Per anni ho immaginato mondi in cui la storia prendeva una piega diversa da quella che conosciamo. E questa passione è diventata il cuore della mia trilogia “Beyond Dead”, un viaggio attraverso spazio, tempo e i “what if” della storia.
Senza dilungarmi troppo, con questo post voglio inaugurare una nuova sezione dedicata proprio ai “what if”. Per iniziare, ho scelto uno dei racconti che ho scritto anni fa, ispirato a Riccardo III.
La domanda che mi sono posta era semplice: e se Riccardo avesse davvero voluto sposare sua nipote Elisabetta? E se avesse vinto a Bosworth? Come sarebbe cambiata la storia?
Partendo da queste due variabili: un Riccardo deciso a sposare Elizabeth di York e vittorioso a Bosworth, mi sono lasciata trasportare dalla fantasia e scritto di getto. Ciò che troverete di seguito è un semplice racconto nato velocemente, scritto senza revisioni e senza l’intenzione di proseguirlo. Sono solo parole lasciate fluire su un foglio.
ATTENZIONE: I “What if” si chiamano così proprio perché non plausibili. Se cercate realtà storica o non siete pronti a lasciarvi andare alla fantasia, forse queste righe non fanno per voi.
Questo racconto, così come gli altri che verranno, sono pura immaginazione. Non sono storicamente attendibili, ma il frutto di una mente che, nelle ore insonni, ha vagato tra le possibilità più impossibili. E, nel farlo, ha sorriso e anche un po’ pianto.
NEVER FORGET
Flashack
Guerre piccole e grandi, fuori e dentro di me. Aspettavo, con le mani strette in grembo e il terrore nel cuore. Pregavo, barattavo la mia anima per la sua vita. In quelle ore mi sentivo vulnerabile, oscillavo tra una folle devozione a Dio e momenti di pura avversione, come se potessi dedicarmi al demonio. Suppliche in lacrime si alternavano a giuramenti amari, stringendo i denti contro l’incertezza. Sentivo l’acciaio delle spade stridere, le urla e i nitriti dei cavalli che cadevano, fino al silenzio.
Chiusi gli occhi, immaginando cosa stesse accadendo oltre la tenda, fuori, sotto il sole d’Agosto. Vedevo gli stivali coperti di fango e sangue, le membra sparse sul terreno, i gemiti di chi era rimasto vivo per sfortuna. Sapevo di dover alzarmi, ma il terrore mi bloccava. Sarebbe stato mio, il trono, comunque fosse finita quella battaglia; l’unica incertezza era chi sarebbe stato al mio fianco. Stringevo i pugni, sentendo le unghie farsi strada nei palmi, odiando l’idea di dividere il trono con un traditore.
“Recuperate i corpi, date loro sepoltura… recuperate i cavalli e abbeverateli. Dobbiamo ripartire per Londra.” La voce era lontana e stanca, eppure vicina. Col senno di poi, avrei voluto riconoscerla. Quando la tenda si aprì, vidi solo una mano insanguinata e la spada riposta nel fodero. Ma questa è un’altra storia…
FLASHFORWARD
“Spinga, Vostra Grazia, spinga con tutta la forza che ha in corpo!”
“Vedo la testa, Maestà… ha tanti capelli!”
“Coraggio, Elizabeth, coraggio!”
“Non ce la faccio… sono stanca… ho bisogno di aria, vi prego, aprite le finestre…”
“Sono aperte, Maestà…”
“Datele dell’acqua fresca, presto!”
Era come se mi squarciassero, come se un demone che aveva dormito in me per nove mesi ora volesse venire alla luce. Mia madre mi teneva la mano e mi asciugava il sudore, mentre le levatrici sbirciavano tra le gambe, incoraggiandomi a spingere. “Vostra Grazia… la testa è fuori, con un’altra spinta vedremo le spalle…”
“No… non ho più forze…” Deliravo, e il dolore era talmente lancinante che, in quel momento, avrei preferito morire piuttosto che sopportare altro. Un’altra contrazione mi destò e recuperai abbastanza forza per un’ultima spinta. Mi svuotai, sentendomi improvvisamente leggera. Poi, il pianto debole del bambino mi riportò alla realtà.
“Sua Maestà il Re deve vederlo per primo…”
“No! Io sono sua madre, portatemi mio figlio! Vi ordino di farlo!”
“Elizabeth… no. L’etichetta vuole che l’erede venga mostrato subito, per dimostrare che è legittimo…” mi disse mia madre, severa. Avevo partorito un bambino sano, eppure non avevo visto il suo volto. Solo un fagotto bianco passò di mano in mano verso la grande porta. Mio figlio gemeva tra le braccia di una levatrice che lo aveva visto prima di me, mentre io non avevo nemmeno potuto stringerlo.
“È un maschio! Un bellissimo maschio, forte e sano!” La voce entusiasta della levatrice nel corridoio giunse alle orecchie di mio marito. “Vi presento mio figlio, Arthur, vostro principe e legittimo erede al trono… ringrazio mia moglie, la regina Elizabeth, per avermi dato una delle gioie più grandi della mia vita.” Le parole rimbombarono fino al mio cuore; silenziosa, singhiozzai. Il re, finalmente, entrò con nostro figlio. Lo posò sul mio seno, e in quel momento ebbi paura di scoprire il volto del mio bambino. Mi tremavano le mani. Ma poi lo guardai. “Mio Arthur…” mormorai, vedendo il suo volto paffuto e roseo. Aveva due grandi occhi azzurri e un sorriso dolce. Giurai in cuor mio che sarei stata sempre al suo fianco.
FLASHBACK
Quando la tenda si aprì per metà e la mano insanguinata di Richard annunciò la sua vittoria, sentii le ginocchia cedere mentre il terrore si trasformava in gioia. Vidi Richard avanzare verso di me, sudato, ferito, ma vivo. Mi sollevò in braccio e mi baciò con una tale forza che mi tolse il respiro. “Sei vivo!” singhiozzai.
“Sì, sono vivo.” Mi adagiò sul letto e mi prese, con la forza e la foga di chi si riprende la propria vita. Mi raccontava della vittoria, del sangue versato e di come aveva ucciso Henry Tudor, ma concesso alla madre di seppellirlo dignitosamente.
Ad ogni affondo, sussurrava la sua storia di trionfo, e io mi perdevo nel vortice del suo profumo e della sua passione. Mi donai a lui, non come amante, ma come una donna che aveva gli implorato di vivere. Richard aveva conquistato la vittoria a Bosworth, sfidato le leggi del Parlamento e scelto di sposare me. Dal nostro amore nacque un figlio, un primogenito destinato a ereditare tutto ciò che era suo. Le bandiere continuavano a sventolare la rosa bianca, mentre della rossa non si seppe più nulla.
Io sono Elisabetta di York, e questa è una storia che non verrà mai raccontata.
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